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Il Partito Comunista Italiano, abbreviato in PCI fu un partito politico di sinistra.

Nacque il 21 gennaio 1921 per scissione della mozione di sinistra del Partito Socialista Italiano guidata da Amadeo Bordiga e Antonio Gramsci, al XVII Congresso socialista.

Dopo una storia complessa e travagliata all'interno dell'Internazionale comunista, negli anni venti e trenta, assunse durante la seconda guerra mondiale un ruolo di primo piano a livello nazionale, promuovendo e organizzando con l'apporto determinante dei suoi militanti la Resistenza contro la potenza occupante tedesca e il fascismo repubblicano. Il capo del partito, Palmiro Togliatti, attuò una politica di collaborazione con le forze democratiche cattoliche, liberali e socialiste ed ebbe un'importante influenza nella creazione delle istituzioni della Repubblica.

Passato all'opposizione nel 1947 dopo la decisione di De Gasperi di estromettere le sinistre dal governo per collocare l'Italia nel blocco internazionale filo-americano, il PCI rimase fedele alle direttive politiche generali dell'Unione Sovietica fino agli anni settanta e ottanta pur sviluppando nel tempo una politica sempre più autonoma già a partire dalla fine della segreteria Togliatti, e soprattutto sotto la guida di Enrico Berlinguer, che promosse il compromesso storico e la collaborazione tra i partiti comunisti occidentali con il cosiddetto eurocomunismo.

Dopo la caduta del muro di Berlino e il crollo dei paesi comunisti, il PCI si è sciolto nel 1991 su iniziativa di Achille Occhetto, dando vita ad una serie di formazioni politiche di sinistra che hanno per alcuni periodi governato l'Italia in alleanza con le forze progressiste socialiste e cattoliche.

StoriaModifica

Sezione da completare

Il Partito Comunista d'Italia e la lotta al fascismoModifica

Gramsci
Antonio Gramsci

Con i 21 punti di Mosca i comunisti si separarono dal Partito Socialista Italiano. Questi punti stabiliti dalla Terza Internazionale delimitavano in modo netto la differenza delle posizioni politiche dei rivoluzionari da quelle dei riformisti e costituivano le condizioni per l'ingresso nell'Cominter, che aveva come obiettivo principe l'estensione della rivoluzione proletaria su scala mondiale.

Il Congresso socialista si rifiutò, con solo un quarto di voti contrari, come previsto nelle 21 condizioni per l'adesione all'Internazionale Comunista, di espellere i membri della corrente riformista del Partito. La minoranza rappresentava 58.783 iscritti su 216.337. Essi abbandonarono il teatro Goldoni riunendosi al San Marco e costituendo il gruppo "astensionista", capeggiato da Amadeo Bordiga. Quest'ultimo guidò il nuovo Partito dal gruppo dell'Ordine Nuovo di Antonio Gramsci, Palmiro Togliatti, Umberto Terracini e Angelo Tasca, da parte della corrente massimalista di Anselmo Marabini, Antonio Graziadei e Nicola Bombacci e dalla stragrande maggioranza della Federazione Giovanile Socialista (FGS).

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