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L'immigrazione è il trasferimento permanente o temporaneo di singoli individui o di gruppi di persone in un paese o luogo diverso da quello di origine; il fenomeno è l'opposto dell'emigrazione.

Cenni stroriciModifica

Dalla nascita della Repubblica, il fenomeno dell'immigrazione è piuttosto recente. Fino agli anni Settanta, l'Italia riuscì a fronteggiare in modo poco sistematico le immigrazioni, che avvenivano in maniera marginale. Negli ultimi decenni il numero di persone che emigrano dalle proprie terre è andato via via aumentando, complici soprattutto le gravi instabilità politiche del medio-oriente.

L'esodo istriano e il rientro dalle ex-colonieModifica

Dopo la seconda guerra mondiale, l'Italia, in quanto nazione sconfitta, fu costretta a cedere le colonie di sua proprietà e la regione dell'Istria. Per questa ragione migliaia di italiani rientrarono nella penisola italiana. Tuttavia questo grande esodo fu fronteggiato molto bene: i rientri erano episodici, l'integrazione non era problematica e l'occupazione iniziava a riaumentare grazie anche ai piani di ricostruzione sostenuti dal Piano Marshall.

Il boom economico e la migrazione internaModifica

Durante gli anni di crescita economica dell'Italia, segnati con il termine di miracolo economico o boom economico, l'immigrazione era un fenomeno sporadico. Tuttavia la grande industrializzazione dell'Italia settentrionale e centrale causò numerosi spostamenti dal meridione verso i luoghi delle industrie (Torino, Milano, Genova le più interessate). I governi dovettero far fronte a questo fenomeno, edificando alloggi per gli operai e le loro famiglie (sempre più in aumento). In questo periodo furono edificati numerosi alloggi popolari, tutt'ora esistenti.

Gli anni '70 e la "politica delle porte aperte"Modifica

In particolare, nel 1973, l'Italia ebbe per la prima volta un leggerissimo saldo migratorio positivo (101 ingressi ogni 100 espatri), caratteristica che sarebbe diventata costante, amplificandosi negli anni a venire. È da notare tuttavia che in tale periodo gli ingressi erano ancora in gran parte costituiti da emigranti italiani che rientravano nel Paese, piuttosto che da stranieri. Il flusso di stranieri cominciò a prendere consistenza solo verso la fine degli anni settanta, sia per la "politica delle porte aperte" praticata dall'Italia, sia per politiche più restrittive adottate da altri paesi.

Gli anni '80: il primo censimento ISTAT e le prime politiche sull'immigrazioneModifica

Nel 1981, il primo censimento Istat degli stranieri in Italia calcolava la presenza di 321.000 stranieri, di cui circa un terzo "stabili" e il rimanente "temporanei". Un anno dopo, nel 1982 veniva proposto un primo programma di regolarizzazione degli immigrati privi di documenti, mentre nel 1986 fu varata la prima legge in materia (L 943 del 30.12.1986) con cui ci si poneva l'obiettivo di garantire ai lavoratori extracomunitari gli stessi diritti dei lavoratori italiani. Nel 1991 il numero di stranieri residenti era di fatto raddoppiato, passando a 625.000 unità.

Gli anni '90 e l'emergenza in AlbaniaModifica

Negli anni novanta il saldo migratorio ha continuato a crescere e, dal 1993 (anno in cui per la prima volta il saldo naturale è diventato negativo), è diventato il solo responsabile della crescita della popolazione italiana.

Nel 1990 veniva emanata la cosiddetta legge Martelli, che cercava per la prima volta di introdurre una programmazione dei flussi d'ingresso, oltre a costituire una sanatoria per quelli che si trovavano già nel territorio italiano: allo scadere dei sei mesi previsti vennero regolarizzati circa 200.000 stranieri, provenienti principalmente dal Nordafrica.

Nel 1991 l'Italia dovette anche confrontarsi con la prima "immigrazione di massa", dall'Albania (originata dal crollo del blocco comunista), risolta con accordi bilaterali. Negli anni seguenti ulteriori accordi bilaterali verranno stipulati con altri Paesi, principalmente dell'area mediterranea. Secondo dati stimati dalla Caritas, nel 1996 erano presenti in Italia 924.500 stranieri.

È del 1998 la legge Turco-Napolitano, che cercava di regolamentare ulteriormente i flussi in ingresso, cercando tra l'altro di scoraggiare l'immigrazione clandestina e istituendo, per la prima volta in Italia, i centri di permanenza temporanea per quegli stranieri "sottoposti a provvedimenti di espulsione".

Gli anni 2000 e la Bossi-FiniModifica

La materia sarà tuttavia regolamentata nuovamente nel 2002, con la cosiddetta legge Bossi-Fini, che prevede, tra l'altro, anche la possibilità dell'espulsione immediata dei clandestini da parte della forza pubblica.

Alla data del censimento della popolazione del 2001 risultavano presenti in Italia 1.334.889 stranieri, mentre le comunità maggiormente rappresentate erano quella marocchina (180.103 persone) e albanese (173.064); tale valore, nel 2005 era giunto a 1.990.159, mentre le comunità albanese e marocchina contavano, rispettivamente 316.000 e 294.000 persone.

Gli anni 2010 e la crisi libicaModifica

Il 19 marzo 2011 inizia l'attacco della NATO alla Libia di Mu'ammar Gheddafi, appoggiando i combattenti contro il dittatore libico nella guerra civile in Libia. Al termine dell'operazione, il 31 ottobre, la NATO si ritira dopo l'uccisione di Gheddafi da parte dei combattenti. Tuttavia, la situazione del paese del nordafrica degenera e la Libia entra nel caos. Scoppia una seconda guerra civile tra due governi rivali, basati a Tripoli e Tobruk. Tutti questi fattori concedono terreno fertile alle organizzazioni criminali, che si approfittano degli immigrati, ammassandoli sulle carrette del mare, verso l'Italia.

La situazione nei centri d'accoglienza della Sicilia (Lampedusa in prima linea) inizia a diventare difficoltosa. Viene deciso quindi di allestire centri d'accoglienza distribuiti in tutta Italia, smistando i profughi in diverse città. Tuttavia, la situazione continua ad essere precaria e le politiche in materia non sono del tutto efficaci. 

Il diritto d'asiloModifica

L'articolo 10 della Costituzione tutela gli stranieri richiedenti asilo, che sono perseguitati per motivi politici nella loro patria. Gli stranieri che richiedono asilo, devono dare prova di provinere da una terra in cui non sono tutelate le libertà civili. Non può appellarsi a questo diritto chi fugge dal proprio paese chi è colpevole di reati comuni.

L'estradizioneModifica

L'estradizione è la possibilità che il paese di accoglienza restituisca il fuggitivo al paese d'origine che ne richiede la riconsegna. L'Italia non concede l'estradizione per motivi politici. Il delinquente comune può essere rimandato in patria, per essere processato e per poter scontare la condanna. Nel caso in cui nel paese richiedente l'estradizione è presente la pena di morte, l'Italia può negare l'estradizione.

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